Dossier

Sommario

  DOSSIER: Raccolta di testi che ruotano attorno a un tema specifico della psicoanalisi.
 

  • Dossier n. 1: Il rifiuto della psicanalisi  
    • Due citazioni ci introducono, a mo' di epigrafi, al dossier "Il rifiuto della psicanalisi", da intendere in tutti i significati possibili: il rifiuto della società nei confronti della psicanalisi; il rifiuto che la psicanalisi oppone al discorso del padrone (che si approfitta del diritto, della medicina, della scienza, deformate e asservite); il "rifiuto", prodotto dal discorso psicanalitico nel senso di scarto, resto, immondizia, déchet; ecc. La prima citazione è di Lacan: “Anche se, in Francia come altrove, ci si adatta a una pratica mitigata dall’irrompere di una psicoterapia associata ai bisogni dell’igiene sociale, - di fatto non vi è psicoanalista che non manchi di mostrare imbarazzo o avversione, o addirittura derisione o ribrezzo, in proporzione alle occasioni che s’offre di immergersi nel luogo aperto dove la pratica qui denunciata si configura come imperialista: finalità conformista, imbarbarimento della dottrina, compiuta regressione al puro e semplice psicologismo, – il tutto mal compensato dalla promozione di un chiericato, facile da mettere in caricatura, ma che nella sua compunzione è appunto quel resto che testimonia della formazione mediante cui la psicoanalisi non si dissolve in ciò che propaga. Questa discordanza risulta evidente non appena constatiamo che in quest’epoca la psicoanalisi è ovunque, gli psicoanalisti altrove.” (Jacques Lacan, "Preambolo" pronunciato il 24 giugno 1964, all’atto di fondazione dell’École Freudienne de Paris). La seconda citazione è di Bion che si rivolge in questi termini agli psicanalisti italiani scandalizzati: "Talvolta  mi  stupisco  perché  gli  analisti  sembrano veramente credere che sarà loro consentito di essere psicanalisti – non so perché. Non sono certo che noi tutti non dovremmo essere pronti a «passare alla clandestinità», come suole dirsi." (W. R. Bion, Seminari Tavistock, Borla, Roma 2007*.
  • Dossier n. 2: Diritto di lapsus
    • Qualcuno dirà che si tratta di un lapsus freudiano... No! E' solo un lapsus." (Silvio Berlusconi)
       
    • Corollario: [Il lapsus e la castrazione]
      • Exoriar(e) ALIQUIS nostris ex ossibus ultor: "Sorga qualcuno dalle nostre ossa come vendicatore".
        1901, 1974, ancora 1974, 2003, 2013: una suite di testi - di analisti, filologi, critici letterari - si susseguono nell'arco di 112 anni per interpretare sempre lo stesso lapsus: perché "qualcuno", risolvendosi finalmente ad assumere il proprio nome, sbarri la strada al sanguinario Vendicatore delle stirpi.
  • Dossier n. 3: Crollo del complesso edipico
    • Il complesso edipico tramonta come un evento naturale o deve venire distrutto? Sulla traduzione di Untergang si confrontano due teorie, radicalmente antinomiche, della psicoanalisi, ma la posta in gioco è il destino del soggetto.
      Apprendiamo da Ernest Jones (Vita e opere di Freud, trad. it. Il Saggiatore, Milano 1962, vol. 3, pp. 132 sg.) che Ferenczi suggerì a Freud in una lettera del 24 marzo 1924 di non pubblicare subito questo scritto, che conteneva nel titolo un termine troppo energico (Untergang, tradotto nelle OSF  con "tramonto", ma che significa anche "distruzione","crollo", "dissoluzione"), con il quale Freud intendeva probabilmente controbattere le idee di Rank sull’importanza del trauma della nascita. Freud rispose due giorni dopo e “ammise che il termine Untergang nel titolo potesse essere stato influenzato, da un punto di vista emotivo, dai propri sentimenti nei confronti delle nuove idee di Rank, ma sostenne che il lavoro era assolutamente indipendente da queste idee” (Jones, loc. cit.). Va comunque rilevato che nello scritto L’Io e l’Es (1922) composto prima che Rank pubblicasse le sue ipotesi sul trauma della nascita, Freud aveva già usato, (vedi ivi, p, 495 del vol. 9 delle OSF) l’espressione “tramonto del complesso edipico” e addirittura (a p. 494) il termine più forte ancora “sfacelo” (Zertrummung).  
  • Dossier n. 4: L' Uomo dei lupi
    • Sergei Constantinovich Pankejeff, rimasto unico erede di una immensa fortuna, fu analizzato da Freud negli anni 1910-1914 per i postumi di una nevrosi infantile, alla cui ricostruzione l'analisi venne quasi interamente dedicata.
      "Lo scopo di tutto il nostro lavoro fu di rivelargli la sua relazione inconscia verso l’uomo", scrive Freud per riassumere il senso dei quattro anni di analisi che l’Uomo dei lupi aveva sostenuto con lui. Ed è sicuramente nella misura in cui questa impresa rimase incompiuta che, a distanza di dodici anni, dopo varie tribolazioni - tra le quali, a causa della Rivoluzione di ottobre (ma anche, a dire dell'Uomo dei lupi, a causa di Freud, che per "proteggerlo" gli avrebbe impedito di andare in Russia per recuperarlo) perdette tutto il suo patrimonio-, si sviluppò nello stesso soggetto un delirio ipocondriaco a struttura paranoica. Le responsabilità di Freud, sedotto dalla ricerca del fantasma della "scena primaria" - che l'Uomo dei lupi non mancò di fornirgli su un piatto d'argento -, non sono di poco conto: imponendo un termine anticipato, irrevocabile, all'analisi, gli impedì di elaborare quel "tempo per comprendere" che è la sola garanzia per giungere a un autentico "momento di concludere". Freud non analizzò sufficientemente quella "relazione inconscia verso l'uomo" che non è altro che il transfert. La cosa fu aggravata dal dono di una somma di denaro annuale, rinnovata per sei anni, che Freud gli procurava - per le presunte condizioni di indigenza in cui l'Uomo dei lupi si era trovato - col ricavato di una "colletta" tra analisti, per i servizi resi dall'Uomo dei lupi alla Causa psicoanalitica. Non serviva di più per persuadere l'Uomo dei lupi a occupare il posto del Figlio preferito rispetto a un Padre tanto potente quanto eccezionale. Il "dono" che l'Uomo dei lupi bambino attese con trepidazione la notte di Natale dal proprio padre - il dono del fallo mediante un coitus a tergo - veniva così ottenuto, al di là di ogni aspettativa, da un superpadre, dal Padre ideale. E' quanto basta perché l'Uomo dei lupi rimanesse eternamente l'uomo... dei lupi, fissato, immortalato per sempre in questo significante "padrone", poiché solo sacrificandolo avrebbe potuto avere effettivamente accesso all'essere uomo e all'essere padre. "Egli, afferma Lacan, che già non era in grado di farsi carico della sua persona, passa allora al rango di mummia psicoanalitica. Il paranoico, credendosi l’oggetto di un interesse universale, costruisce il suo delirio narcisistico, e questa realizzazione narcisistica è aiutata e sostenuta dal versamento del dono di denaro da parte di Freud." Tutto il "Supplemento alla storia di una nevrosi infantile di Freud", ossia l'analisi con Ruth Mack Brunswick, ruoterà intorno al "residuo di transfert non risolto" con Freud, fino al momento tanto decisivo quanto drammatico, in cui ella gli distrugge bruscamente le illusioni che l'Uomo di lupi si era fatto riguardo al posto eccezionale che occupava nell'amore del Padre colui che aveva insignito quest'ultimo della fama imperitura di avere scoperto la "scena primaria". Ma in lui, come uomo, è rimasto qualcosa di irreparabile, un frammento "mummificato" che occuperà ormai per sempre il posto della castrazione, rimossa e rigettata. Così seguiranno nel corso degli anni numerose altre analisi con altrettanti psicoanalisti, fino a guadagnarsi sul campo il secondo nomignolo, più sarcastico che ironico, di "Uomo degli analisti". Analizzato, intervistato, fotografato, registrato nelle sue sedute d'analisi, egli stesso, coi suoi Ricordi contribuirà alla sua  definitiva mummificazione psicoanalitica, che continuerà dopo la sua morte, con oltre duecento tra articoli e libri a lui dedicati, per non parlare di mostre fotografiche e di pittura, documenti inediti, note depositate negli Archivi del Freud Museum, convegni, gadget vari.  
  • Dossier n. 5: L'acting out
    • cting out, passaggio all'atto, atto mancato, atto, atto psicoanalitico: sappiamo o non sappiamo distinguerli?
      Il primo dossier è dedicato all'acting out, che, benché non sia affatto un atto, ci è sembrato avere qualcosa di nodale, a cui tutti gli altri atti - a cui sarà via via dedicato un dossier - sono in qualche modo legati.
      Si perda qualche minuto a sfogliare i vari dizionari di medicina, psichiatria, psicologia, e anche di psicoanalisi, ricercando la definizione di acting out; molto spesso troveremo questo incipit: "L'acting out è un passaggio all'atto…"; ma no! Altrimenti perché avrebbe un nome diverso? (Poprio come il divano non è il lettino). E l'atto mancato, perché si chiama mancato quando è evidentemente un atto riuscito? Insomma, la psicanalisi ha scoperto che esistono varie forme di atto, che però non è ancora riuscita a teorizzare. Non c'è argomento più confuso e lacunoso nella letteratura psicanalitica.
      Freud, nella sua lingua, non parla di acting out ma di Agieren. Nella traduzione inglese (1937) di Das Ich und die Abwehrmechanismen, 1936 ("L'Io e i meccanismi di difesa"), di Anna Freud, Agieren viene tradotto to act out, mentre viene tradotto con acting nell'espressione acting in the transference (agire nel transfert). Da quel momento, il termine irrompe nella letteratura analitica scatenando una babele di definizioni, e acting out viene a significare qualsiasi cosa. I tentativi d'imporre un ordine e un confine all'abuso dei suoi significati non fanno che incrementare il caos, come si può vedere dall'articolo storico di Turillazzi. Fino a quando, grazie a Lacan, con la distinzione dei suoi tre registri - Reale, Simbolico, Immaginario - qualcosa (non troppo) comincia a rischiararsi. Nel 1976 egli arriva sorprendentemente a definire "l'inibizione e l'acting out come i due confini dell'analisi", dedicandogli un congresso. 
  • Dossier n. 6: La formazione degli analisti
    •  Un analista "formato" è un laureato in psicologia che dopo la frequentazione obbligatoria di una scuola quadriennale e un tirocinio ottiene un diploma di psicoterapeuta riconosciuto dallo Stato? Gli psicoanalisti sono dei professionisti? Se sì, di che cosa: dell'inconscio? O delle cosiddette "psicopatologie"? L'analisi chiamata "didattica" consiste nella trasmissione di un corpo di conoscenze tecniche e teoriche predefinite? L'analista didatta sarebbe qualcuno designato (da chi?) a insegnare come si deve fare un'analisi? La psicanalisi si trasmette attraverso dei modelli da applicare? Attraverso un sapere formalizzato, un corpo di teorie, un insieme di competenze, di controlli e di verifiche, che il docente insegna allo studente in scuole e istituti riconosciuti? Oppure si trasmette per via iniziatica, attraverso una mantica più che una maieutica, dove conta solo la rivelazione del sapere esoterico del Maestro? O queste non sono che le due facce di una stessa medaglia?
      Come mai nessuno collega l'abrogazione dello psicanalista con la liquidazione dell'unica possibilità che storicamente ha avuto l'inconscio di poter essere ascoltato? 
      In quanto allo psicanalista oggi, che ne è stato? Lo si può ancora incontrare, e dove? E come lo si riconosce?
  • Dossier n. 7 : Il controtransfert
    • A partire dalla metà degli anni '50, in particolare con il fondamentale articolo di Lucia Tower, analiste come Annie Reich, Paula Heimann, Alice balint, Margaret Little, iniziano a rimettere in questione la nozione di "controtransfert", ripensandola non più come un ostacolo all'analisi, ma come decisiva per la sua riuscita, a condizione che il controtransfert - la risposta dell'analista al transfert dell'analizzante - venga interpretato e abbia un suo posto preciso nella "direzione della cura". Sfidando uno dei più inveterati tabù della psicanalisi, sostenuto dal fantasma di un analista "perfettamente analizzato", professionalmente neutrale e incapace di affetti , la nuova meditazione sul controtransfert sposta l'asse dell'analisi dalla nevrosi e dalla nevrosi di transfert, tutta a carico dell'analizzante, all'interrogazione sulle reazioni di amore o di odio che l'analista può sperimentare nei confronti dell'analizzante, ricollegandosi innanzitutto all'opera di Ferenczi e alla sua ribellione verso " la freddezza, il distacco e l'ipocrisia professionale" dell'analista immune da ogni sentimento. Ne nascono due tendenze: una che tende ad abbandonare completamente il terreno freudiano, orientandosi verso quella che M. Little chiama la "Risposta totale" che l'analista deve dare, impegnandosi al 100%, ai bisogni e alla domanda d'amore dell'analizzante; l'altra che vuole rimanere sulle posizioni di Freud ma spingendolo con le spalle al muro in tutti quei frangenti dove Freud, preoccupato di salvaguardare la serietà scientifica dell'analisi, è indietreggiato. Lacan riprenderà, a partire dal 1963, anche sotto l'incalzare dell'allora suo allievo Wladimir Granoff, tutta la questione, che porrà in questi termini: che cosa fa sì che l'analista non prenda tra le braccia il suo paziente, o non lo butti dalla finestra, se non un desiderio che si pone al di là di tutti i suoi possibili desideri o rancori, verso il paziente stesso? Di colpo, l'interrogazione sulla nozione di controtransfert si trova così a virare verso quella del "desiderio dell'analista". Resta il fatto che questa interrogazione è stata posta esclusivamente da analiste donne, con enorme fastidio per gli analisti uomini (tranne alcune eminenti eccezioni) come se il sesso dell'analista vi giocasse un ruolo determinante e ancora tutto da esplorare.
      Cominciamo dunque a presentare questi testi: prima censurati e poi rimossi, e in gran parte totalmente sconosciuti al lettore italiano. 
  • Dossier n. 8 : La Versagung
    • Se il desiderio poteva essere ritrovato nella tragedia antica come destino sacrificale, debito o colpa dell'Altro che il soggetto eredita e si trova a dover assumere e pagare di tasca propria, questo stesso destino, in cui egli trovava il suo posto, può ora essergli rifiutato. Proprio a causa di questo rifiuto, di questa Versagung, il soggetto può sentirsi totalmente alienato in una vita senza destino, vuota, privata del desiderio. Ma questa è anche la tragedia moderna, quella della trilogia claudeliana dei Coûfontaine, come pure la nostra.
      La distanza tra la concezione della Versagung come, rifiuto, "dire di no", e la concezione della Versagung come "frustrazione" (così tradotta e acquisita da tutta la letteratura psicoanalitica postfreudiana) è incommensurabile. 
  • Dossier n. 9 : Il Padre ideale
    • "Ho utilizzato il nome “castrazione”, nozione che resta da chiarire, quando si parla di filiazione e di paternità. Riprendendo il mito greco (di Edipo), Freud lo fa suo secondo questa sequenza significante : uccisione del padre, godimento della madre, debito degli occhi da pagare. L’uccisione è messa all’origine, come prima condizione. Ora, io propongo che questa presentazione nel suo contenuto manifesto ha per funzione di salvare il Padre, di proteggerlo. In effetti, essa copre, maschera la verità latente che non c’è successione padre/figlio, padre/figlia se non attraverso la trasmissione della castrazione. E la castrazione che lo o la colpisce non è nient’altro che quella stessa del padre : non c’è eredità che da quest’ultima. Invece il racconto freudiano - in ciò sta la difficoltà - facendo credere che l’eredità verrebbe dalla morte del padre, e che bisogna dunque ucciderlo, mantiene e salvaguarda ciò che è supposto all’inizio: l’imago di un padre all’altezza, di un padre che farebbe la legge e che si dovrebbe pertanto sopprimere per fare la legge a propria volta. Da qui il paradosso interamente constatabile nella clinica : non c’è voto di morte se non nei confronti di un padre in quanto padrone e capo, così posto dal bambino perché così ha voluto porsi il padre, anche se non c’è riuscito." (Philippe Julien) 
  • Dossier n.10 : Demedicalizzare la psicanalisi
    • Medico-psichiatra-psicanalista; e, last but not least, psicoterapeuta. E' la genealogia "naturale" dello psicanalista, con l'avallo di Freud, nonostante la sua tarda difesa dell'analisi laica, quando ormai si era reso conto che i giochi erano fatti: isolata dal movimento culturale generale, la psicanalisi era diventata una specializzazione all'interno della professione medica. Ecco perché la psicanalisi non può essere difesa sostenendo la laienanalyse, che può definirsi solo negativamente rispetto alla positività medica, non riuscendo a concepire lo psicanalista altrimenti che come "non-medico" o "profano". Non si tratta di difendere la psicanalisi ma di "demedicalizzarla", di riuscire finalmente a concepire uno psicanalista che non sia un (nuovo) medico freudiano.
      Cosa resta di una psicanalisi completamente liberata dal suo retaggio e linguaggio medico, dalla sua "clinica"? Di uno psicanalista non più "missionaire du médecin", come si proclamò Lacan ereditando la posizione di Freud? Cosa potrebbe farsene la società di uno psicanalista che si chiama fuori dal mercato della salute, che, se così possiamo dire, rinuncia al suo pedigree, e dunque all'ambizione e alla rispettabilità professionale e perfino a un pingue conto in banca? 
  • Dossier n. 11: Itard e il suo selvaggio [psicanalisi e pedagogia] 
    • Nel 1798, in Alvernia, tre cacciatori catturarono un ragazzo di circa 12 anni cresciuto in completa solitudine tra i boschi; qualche tempo più tardi il "ragazzo selvaggio" fu condotto a Parigi. I curiosi della capitale si accalcarono al suo arrivo; credevano di incontrare il Buon Selvaggio di Rousseau; videro un essere in preda alle convulsioni, che sapeva emettere solo un "orrido rantolo", mordeva e graffiava chiunque gli si avvicinasse e amava giacere in mezzo ai suoi escrementi. A causa della diagnosi di cui era stato incaricato Pinel, forse il più autorevole psichiatra dell'epoca, egli sarebbe finito nel ricovero degli idioti, se un giovane medico, Jean Itard, non avesse ottenuto, opponendosi strenuamente a quella diagnosi, di tentarne l'educazione. Un'educazione che ai suoi occhi diveniva all'epoca emblematica del passaggio dalla Natura alla Cultura, della ricapitolazione degli stadi di formazione dell'Uomo civilizzato; e che ai nostri rappresenta il primo tentativo storico di reintegrare lo "handicappato" in Società, invece di destinarlo all'ospedalizzazione a vita. Nel 1801 e nel 1807 Itard scrisse, su questo tentativo, due relazioni in cui molti hanno ravvisato l'inizio della pedagogia moderna, e da cui Truffaut ha tratto un film che ha reso celebre questa storia in tutto il mondo.
      Che cosa può dirci la psicanalisi di un simile "caso" e, più in generale, dell' "impossibilità" che Freud ha ravvisato nel cuore di ogni intento educativo? Il concetto di padre si trova qui a esserne interrogato, come testimonia tutto l’atteggiamento di Itard, nel suo rovescio conturbante. 

 

 

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