Chi siamo

Nel presentarmi insieme ad amici e collaboratori (psicanalisti) di questo sito a un interlocutore di grande cultura e civiltà (che anche per l’età veneranda ben conosce la storia della psicanalisi italiana e addirittura vi ha lasciato, in quanto editore, un segno indelebile), la prima parola che gli è salita alla bocca per definire la nostra peculiare posizione di analisti è stata: selvaggi.

Questa parola ha un ruolo importante nella storia del movimento psicanalitico fin dai primi tentativi di organizzarlo in scuole di formazione, associazioni, istituzioni. Nel suo significato più triviale e diffuso, “selvaggio” è colui che si spaccia per uno psicanalista senza averne i requisiti. Inevitabilmente, si pone subito la questione: quali?

L’analisi personale, il tirocinio alla pratica dell’analisi, la supervisione, lo studio dei maestri, la produzione teorica, le conferenze, i seminari, le pubblicazioni, la collaborazione con altri analisti, costituiscono i “requisiti” tradizionali di una formazione psicanalitica, sia che la si pratichi per conto proprio, sia che si passi per il training di un’associazione psicanalitica internazionale; qualsiasi scelta si faccia una cosa è certa: nessuno potrà mai farsi garante della formazione del “vero” analista a cui contrapporre  l’analista “selvaggio”. Infatti, ciascuna formazione può offrire solamente le condizioni necessarie per diventare psicanalista ma nessuna la condizione sufficiente, che si pone su di un altro piano, quello che Lacan ha chiamato “autorizzarsi da sé”.

Gli amici-collaboratori psicanalisti a cui mi riferivo, oltre a possedere tutti i “requisiti” necessari per praticare l’analisi (da oltre venti o trent’anni), sono stati iscritti per lunghi anni a molte scuole e associazioni psicanalitiche italiane e straniere, hanno avuto vari supervisori, hanno fatto “tranches” d’analisi successive a quella personale, hanno all’attivo la pubblicazione di traduzioni, articoli e libri (alcuni dei quali tradotti in francese, inglese, tedesco): insomma, sono in possesso di quello che, secondo i canoni del professionismo, si definirebbe il rispettabile curriculum di una vita dedicata alla psicanalisi. Salvo per due stramberie: da almeno un decennio, essi sono accomunati dalla scelta di non appartenere più a scuole e associazioni psicanalitiche e ‒ pur avendone i titoli ‒  dalla scelta di non iscriversi alla legge 56/89 (legge “Ossicini”).

Le ragioni di questa scelta sono pubbliche: rimanere fedeli alla propria vocazione di psicanalista, che niente ha a che fare con una professione.

Si pone allora la questione di sapere per quale motivo essi vengono definiti, e da qualcuno che è tutt’altro che digiuno di psicanalisi, dei “selvaggi”. Per saperlo, dobbiamo andare oltre il senso triviale di questa parola per riconoscere in essa un sintomo della psicanalisi; scopriremo allora che il “selvaggio” non è il millantatore, l’imbonitore, l’illegittimo, ma qualcosa di connaturato allo psicanalista, a cominciare dalla definizione che ne ha dato Lacan: “un rifiuto della società”.

Quando Groddeck scrive a Freud chiedendogli se possa o non possa farsi chiamare psicanalista, Freud gli risponde nella lettera del 5 giugno 1917: "Chi riconosce che il transfert e la resistenza sono la chiave di volta del trattamento appartiene ormai, senza rimedio, alla schiera selvaggia" ("Wer erkennt, daß Übertragung und Widerstand die Drehpunkte der Behandlung sind, der gehört nun einmal rettungslos zum wilden Heer").

Tralasciamo per un momento la resistenza e il transfert: quello che importa è che l’idea dello wild analyst, l'analista selvaggio, è presente in Freud ben al di là del suo senso triviale, al punto da far rientrare tutti gli psicanalisti in quanto tali nella wilden Heer, la schiera selvaggia. Certo, è un’idea che Freud ha sacrificato alla ferrea volontà di organizzare e di istituzionalizzare la psicanalisi nel timore che non gli sopravvivesse. Ma ciò non toglie che la “selvaggità” è reperibile in Freud, da un lato, nella laienanalyse (cioè in un’idea popolare della psicanalisi originariamente estranea alla costituzione di un movimento psicanalitico organizzato come una burocrazia o una Chiesa) e, d’altro lato, in ciò che il suo desiderio ‒ il desiderio di Freud ‒ ha di inaddomesticabile, di non dialettizzabile, di non “gestibile democraticamente”, e infine di tragico nel suo sottrarsi irriducibilmente alle pastoie con cui vorrebbe imbrigliarlo la legge della Città e più in generale quella del Simbolico, con la sua pretesa di assegnare un rispettabile posto in società allo psicanalista. Serge Leclaire denunciò questa pretesa in colui che già nel 1966 si apprestava a farsene missionario (Jacques-Alain Miller), ma già qualche anno prima di lui (in un intervento all'interno del seminario L'angoscia di Lacan, 1962-63) Wladimir Granoff, sulla scorta di un testo come Countertransference di Lucia Tower (1956), aveva accostato senza mezzi termini il trattamento psicanalitico alla criminalità e alla degradazione, con buona pace della rispettabilità professionale!

Nessuna analisi avrebbe mai la minima speranza di cambiare qualcosa se l’analista non fosse il custode di un (crimine) “inaddomesticabile” che l’analizzante gli ha affidato (e che è alla radice del sintomo che lo ha condotto in analisi). Ed è proprio questo punto irriducibile, “selvaggio”, che gli impedisce di piegare il suo desiderio al richiamo irresistibile del conformismo e di svendere la propria soggettività all’incanto.

"La discrezione è incompatibile con la psicoanalisi: bisogna trasformarsi in un tipaccio, esporsi, lasciarsi andare, tradire, comportarsi come un artista che ruba alla moglie i soldi del bilancio familiare per comprarsi i colori o che dà fuoco ai mobili per scaldare lo studio della modella. Senza un po' di criminalità non si riesce a combinare niente di buono." (S. Freud, lettera al pastore Pfister del 5 giugno 1910, in Freud psicoanalisi e fede carteggio col pastore Pfister 1909 –1939, Boringhieri, Torino 1970).

 

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