Freschi di stampa

Ettore Perrella, Viaggio in Paradiso

Poema fantamistico per il XXI Secolo

 IPOC, 2017

Facendo il verso (è proprio il caso di dirlo) al più grande poema sacro che sia mai stato scritto, la Divina commedia di Dante, l’autore di questo straordinario viaggio fantamistico imbarca il lettore in una gigantesca nave poetica, sulla quale,ome un tempo accadeva nelle cattedrali gotiche, gli vengono presentati, sempre in immagini di straordinaria evidenza iconica, tutti i problemi di fondo della cultura d’oggi, sullo sfondo d’una domanda bruciante: noi che viviamo in una cultura sempre più globalizzata, ma anche sempre più piatta e priva di prospettive, che cosa saremo in grado di trasmettere alle generazioni di domani? Abbiamo fra le mani un’opera di poesia raffinatissima, che affronta tuttavia sempre, al tempo stesso con umorismo e vertiginoso impegno (come raramente è accaduto nella letteratura italiana), sia dei difficili temi filosofici, sia degli argomenti di cronaca, sulla base delle testimonianze dei personaggi più diversi. Compaiono filosofi (Agostino, Nietzsche, Platone), scienziati (Einstein, Freud, Gödel), scrittori (Pasolini, Dante, Kavafis), politici (Alessandro Magno, Augusto, Adriano, ma anche Lincoln, Kennedy e Martin Luther King), santi (Teresa di Calcutta, Gregorio Palamas, i tre Ierarchi), attori e personaggi del gossip (Marilyn Monroe, Maria Callas, Lady Diana). Ma alla fine interviene, con gli Arcangeli e Maria di Nazareth, anche Rabbi Yehoshùa (Cristo stesso) che, con i fondatori delle altre grandi religioni, ha organizzato a Gerusalemme (dove sono nate alcune di esse) un primo concilio interreligioso, alla ricerca d’un modo per riproporre all’umanità d’oggi il vecchio problema del rispetto del sacro e dell’importanza dell’impegno etico, che non può mai essere trascurato quando si deve decidere che fare.

Per facilitare la lettura dei passi più complessi, il testo poetico è sempre accompagnato da un commento, curato dall’autore stesso.

26/05/2017

Moreno Manghi, Al di là della domanda d'amore

Al di là della domanda d'amore. La Versagung nell'insegnamento di Jacques Lacan

Polimnia Digital Editions, Sacile 2016

Perché uno studio sulla Versagung nell’insegnamento di Lacan dovrebbe rivestire qualche interesse che non sia strettamente didattico? Forse perché può permettere di abbordare la sua teoria del desiderio per un’altra via, precedente a quella dell’«oggetto a», che Lacan considerava la sua invenzione fondamentale. Questa via, che qui ripropongo all’attenzione, è tracciata dai rapporti che intercorrono fra il bisogno, la domanda, il desiderio, dipanati attraverso il fil rouge del concetto di Versagung (dire di no, rifiutarsi), distinto da quello di frustrazione con cui lo si è voluto confondere.

La questione centrale che ho cercato di trattare può essere forse racchiusa in questa citazione: «Non può organizzarsi alcunché di una vita mentale che corrisponda a ciò che l’esperienza ci dà nell’analisi, se non c’è, al di là della madre messa primordialmente in posizione di onnipo­tenza dal suo potere – non di frustrazione, poiché è insufficiente, ma di Versagung – un’esigenza in cui è destituita dal privilegio di dover rispondere sì o no alla domanda del bambino. È il carattere fondamentale del desiderio umano in quanto tale».

Non è per un gusto “retro” o per velleità esegetiche che abbiamo percorso la via della Versagung, ma nella speranza che la dimensione del rifiuto inscritta nel sintomo possa essere ascoltata e accolta da coloro che sono tradizionalmente preposti all’incontro col bambino e l’adolescente: i pediatri, gli educatori e gli psicanalisti. In quest’ultimo caso: riaccolta.

13/01/2017

Ettore Perrella, Il sesso non è il genere

Ettore Perrella, Il sesso non è il genere. La psicanalisi e la liberalizzazione del diritto di famiglia

IPOC, collana Erlebnis, Milano 2016

La distinzione fra genere e sesso è emersa, anche se in modo spesso confuso e contraddittorio, in una recente polemica politico-ideologica, scaturita dalla possibilità concessa in molti Paesi occidentali a persone dello stesso genere di sposarsi o di unirsi civilmente.

Tuttavia che il sesso non sia il genere è stato sempre chiaro dalla psicanalisi. Per Freud, per esempio, per assumersi una posizione nel sesso, bisogna aspettare non pochi anni, perché non solo non si diviene uomo o donna prima dell’adolescenza, ma soprattutto non si diviene né uomo né donna, quanto al sesso, in base ad una determinazione biologica. A differenza del genere, il sesso dipende dalla relazione di un individuo con gli altri. Il maschile e il femminile seguono logiche diverse, ma ciascuno è libero di decidere di volta in volta quale seguire, del tutto a prescindere dall’anagrafe.

Perciò due persone dello stesso genere hanno lo stesso diritto di sposarsi che hanno sempre avuto quelle di genere diverso. Come, infatti, nulla garantisce che due persone di diverso genere siano anche e sempre di diverso sesso, così nulla esclude neppure che due persone dello stesso genere possano pure essere di diverso sesso. E quindi nulla impedisce nemmeno che due persone dello stesso genere (e di qualunque sesso) si sposino ed adottino dei figli, per il semplice motivo che questo è sempre accaduto fra persone di genere diverso.

La liberalizzazione del diritto di famiglia, che si sta realizzando in questi anni, spaventa solo quei “Grandi Inquisitori” che si sono sempre rifiutati d’ammettere che chiunque abbia il diritto e la capacità di scegliere, quando si assume il rischio delle proprie decisioni. Che oggi questa libertà venga riconosciuta anche rispetto al matrimonio costituisce un passo in avanti del tutto coerente con la nostra tradizione giuridica e civile, che ha da sempre affermato il diritto degli individuo a scapito di quello dello Stato.

15/06/2016

Daniel Bonetti, L'albero "sfogliato" e altri brindilli

Polimnia Digital Editions, Sacile 2016

A buon diritto L’arbre effeuillé et autres brindilles ha vinto il francese Prix Œdipe nell’anno 2006. C’è qualcosa di nuovo in questo libro, sia sul piano della scrittura, sia su quello della trasmissione della psicanalisi; un lavoro che è anche una speranza, sia per la psicanalisi, sia per la scrittura psicanalitica.

Ma perché tutto ciò acquisti il senso di novità che il lettore di questo libro può incontrare occorre tenere conto della sua non indifferente complessità, per quanto raggiunta attraverso una semplicità che alla lettura appare subito evidente; ma è proprio questa evidenza che sconcerta, sia perché priva di ogni scontatezza e di ogni luogo comune sulla relazione psicanalitica, sia, soprattutto, perché il lettore deve continuamente ricuperare il piano di due racconti che, per quanto distinti graficamente, continuano a intersecarsi provocando quel disorientamento che è in grado di mettere a repentaglio ogni ordine che s’immagina debba essere quello che regola un rapporto professionale fra il terapeuta e il suo paziente. Anzi che regola un rapporto professionale in quanto tale, al quale un luogo comune, così come un’esigenza di ordine sociale, ha voluto assegnare de facto allo statuto deontologico della relazione terapeutica. Lo sconcerto viene dal non riconoscere più un tale statuto e, cosa dirompente, che dalle novelle (ma anche parabole) di Bonetti non è assolutamente possibile risalire a una relazione terapeutica, qualunque sia il modo in cui si vogliano intendere i modi e i termini di tale relazione. Dunque, solo un imperativo etico, e assoluto, può governare una relazione psicanalitica, dove non c’è posto per le deontologie professionali né per le lusinghe sociali o economiche.

Daniel Bonetti (Roeulx 1950 – Corte 2015). Ha praticato come psicanalista a Charleroi (Belgio) e ha lavorato per molti anni in un'istituzione per bambini e adolescenti di Liegi. Fin dalla sua costituzione è stato membro dell'associazione belga Questionnement psychanalytique e dell'Inter-associatif européen de psychanalyse.

15/06/2016

Gabriella Ripa di Meana, Oltraggio nella civiltà. La fine dell'ombra

Polimnia Digital Editions, Sacile 2016

Alla ricerca dell’inconscio perduto, questo breve scritto propone un commento dissonante e polemico di un testo che ha fatto il giro del mondo grazie al web, a facebook e ai giornali: Antoine Leiris, Non avrete il mio odio. Un testo digitale, globale: quel che si definisce un testo che fa impressione, che comunica e fa da esempio. Si tratta della dichiarazione di quel giovane francese il quale, all’indomani della notte in cui ha perduto (nel corso di un’indistinta mattanza) la sua amata sposa, ha lanciato nel ciberspazio un’esternazione che ha costituito per molti una bandiera del particolare tipo di eroismo valorizzato dalla nostra civiltà. Che cosa accade al soggetto di oggi schiacciato e adulato dalle pratiche del comportamento corretto e dalla morte soddisfatta di ogni enigma? Dove ci porta lo spirito antitragico del nostro tempo che ha fretta di sparare sull’ombra, nascondendo il mistero che sta alla radice dell’esistere e negando la nostra impotenza di fronte alla terribile ambiguità del reale? Dove va a finire il desiderio di ciascuno, se viene sommerso e appiattito dai buoni propositi del pensiero positivo? Quali sono le caratteristiche fondanti della nuova follia che deglutisce risposte come farmaci e abolisce il fascino erotico di ogni ricerca insatura, infinita? Odio e perdono - messi al vaglio della scienza dell’inconscio e del testo freudiano sulla Negazione – diventano occasioni per comprendere come mai questo nuovo legame sociale, avendo cacciato il suo sintomo, si sia trovato oltraggiato dalla barbarie di una crudele malattia.

15/06/2016

Giovanni Sias, La Follia ritrovata. Senso e realtà dell'esperienza psicanalitica

13/01/2017

Eugen Bleuler, Il pensiero autisticamente indisciplinato in medicina

Eugen Bleuler, Il pensiero autisticamente indisciplinato in medicina e il suo superamento.

Polimnia Digital Editions, Sacile 2015

Traduzione dal tedesco e Postfazione di Antonello Sciacchitano.

Questo pamphlet del grande psichiatra di Zurigo, che in Italia non ha avuto tuttora ricezione, merita attenta considerazione. Bleuler è noto per aver elaborato il concetto di schizofrenia, una forma di malattia mentale caratterizzata da due segni meno: mancanza di unità intellettuale, o dissociazione, e mancanza di partecipazione affettiva all’ambiente, o autismo. La provocazione di questo libretto è che la medicina stessa può essere gravata da una di queste mancanze, se non da entrambe.
Il pensiero autisticamente indisciplinato in medicina è il pensiero non scientifico che parassita il pensiero medico. Bleuler dà numerosi esempi di “superstizione medica”. Il suo intento è ripulire la medicina dagli assunti indimostrati e tramandati per tradizione nella pratica medica, ma senza validazione scientifica. Diventerà scienza la medicina dopo la ripulitura bleuleriana? Prudentemente Bleuler non si sbilancia. In un certo senso lascia la responsabilità della risposta al lettore che l’ha seguito lungo le asperità di questa operazione chirurgica – vera pars destruens della dottrina ricevuta –, che arriva fin sulle soglie di una corretta epistemologia medica. L’operazione “antischizofrenica” di Bleuler, condotta in nome di un “sano realismo”, deve innervare la lunga preparazione dello studente alla professione medica. Oggi i tempi sono diversi da quelli di Bleuler. È, quindi, diverso il modo di sottrarsi al pensiero “autisticamente indisciplinato”. Il giovane medico deve assuefarsi all’uso di procedure tecnologiche complesse. Allora, anche l’autismo assume un’altra faccia: si riduce alla pura e cieca applicazione di dettati tecnici. L’autismo non è più superstizione, ma è sempre chiusura del medico in un mondo impermeabile alle richieste della persona che soffre e soffre per lo più “fuori” dagli schemi appresi dal medico a scuola. Allora ricordarsi delle provocazioni di Bleuler può essere per il giovane medico l’occasione di risvegliarsi dal sonno autistico sia superstizioso sia tecnicistico. Sarà magari l’occasione per riconciliare la “dissociazione” tra sapere tecnico e sapere semplicemente umano.

Anteprima:

15/06/2016

Gabriella Ripa di Meana, Onore al sintomo

Astrolabio, Roma 2015

Un'analisi completa e approfondita sul sintomo, nella sua accezione freudiana di segno che coglie l'essere umano nella sua complessità di creatura divisa. Rendere onore al sintomo è innanzitutto riconoscere alla materia psichica di cui è fatto la connotazione di un segno prezioso, che prova a trascendere la sordità dell'individuo ai messaggi dell'inconscio, nella loro qualità di altro, ignorato, sapere.
La parola ‘sintomo’ è prima di tutto figlia del linguaggio medico. Per la medicina si tratta di un fenomeno elementare con cui si manifesta uno stato di malattia. Il sintomo è un indice. Indice di una latenza patologica, di un’irregolarità del funzionamento ideale di un organismo. Ecco perché d’abitudine è vissuto soltanto come l’effetto di una condizione incoerente e viziata da eliminare.
Ma il sintomo non coincide semplicemente con il fenomeno fisico in sé, quanto piuttosto con la relazione tra questo fenomeno e l’esistenza negata di un altro sentire e di un altro dire. Perciò il concetto di sintomo implica quello di legame: il legame tra una superfìcie e la sua profondità, tra la solitudine di un io e la presenza di un altro.
Il sintomo merita dunque che gli si renda l’omaggio dovuto. Provare a rendere onore al sintomo nulla ha a che vedere con una sua esaltazione. Nessuna idealizzazione del sintomo, però anche nessun biasimo, imbarazzo, umiliazione e onta. Nessuna riluttanza, né corsa ai farmaci, allo psicoadattamento, alla condanna sociale, alla paura. Viceversa accoglienza per questo dolente straniero che ci abita; ascolto e omaggio alla sua parola in modo da poter intendere quanto di imprevisto, e talvolta di migliore, ha da offrirci.

15/06/2016

Vittorio Sermonti, Il vizio di scrivere

Garzanti, Milano 2015

Se leggere è un vizio, non che scrivere sia una gran virtù. Un romanzo o un volumetto di versi sono merci non richieste. Allora, perché tanto scrivere invano? Si diceva in tempo di grandi ottimismi che scrivere è un’impellenza, che chi scrive è obbligato a scrivere da un prepotente moto interiore. Può darsi; quantunque sulla ambigua prepotenza dei moti interiori ci sarebbe molto da discutere”. In ogni caso Vittorio Sermonti da più di sessant’anni è anagraficamente uno scrittore: cioè “uno degli happy few che debbono la propria miseria all’ostinato esercizio della scrittura”. Qui raccoglie, ordina, disordina il frutto multiforme del suo vizio, che non si limita a riflettere sui meccanismi segreti della poesia, ma si avventura a intervistare Marco Aurelio e Giulio Cesare, a redigere un paio di libretti d’opera, a tradurre in versi due classici di teatro, a scrivere racconti, epigrammi, aforismi e una tragica cronistoria del terremoto dell’Irpinia. La voce è sempre la sua, l’acume è inconfondibile, l’intelligenza è quella colta e libera di chi sta al mondo da ottantasei anni. Un percorso sorprendente a ogni pagina, condotto “con la perseveranza, con l’abnegazione, con l’inconfessabile voluttà” con cui si coltivano i vizi più radicali.  

15/06/2016
Web Statistics